3.1. I saperi umanistici interconnessi a base geografica

3.2. Linguaggi come passaporto delle proprie origini e strumento di integrazione

3.3. Musica come linguaggio universale. Il rapporto tra world music e territorio

3.4. Dimmi cosa mangi e ti dirò di dove sei.

3.5. Religioni: migrazioni, conflitti, stili di vita

3.6. Sport, l'altra religione

3.7. Migrazioni: il mondo è uno. E di tutti.

3.8. La geo-antropologia

3.9. Geografia e salute: epidemiologia, medicina delle migrazioni e igiene ambientale

3.10. Confini e geopolitica

 

I saperi umanistici interconnessi a base geografica

Si tende a definire Geografia Umana l’analisi della distribuzione sul territorio di fenomeni legati ai linguaggi, alle migrazioni, alle etnie, alla politica, al diritto, alla musica, alla religione. Noi preferiamo definire questa “scienza mista” come Geografia integrata o, ancor meglio: Saperi umanistici interconnessi a base geografica.

La Geografia, scienza della Terra o per meglio dire della sua rappresentazione, incontra qui, nel capitolo Uomo e Popoli, gli altri due snodi dell’ipotetica mappa delle discipline contaminate ed armonizzate: la Storia e la Filosofia.

I TRE HUB PRINCIPALI DEI SAPERI INTERCONNESSI

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La Storia scandisce il fluire del Tempo delle vicende umane, la geografia lo Spazio dove queste vicende si concretizzano.

Le compagini statuali sono sempre state condizionate nelle loro politiche dagli aspetti legati alla geo-morfologia, al clima e alla popolazione. Per capire la storia è necessario capire la geografia.  E viceversa; perché la Terra in cui viviamo non è statica ma dinamica, in continuo mutamento: conoscere il come, il perché, il quando e la durata di questi cambiamenti è fondamentale per comprendere il Mondo.

In realtà, i punti di contatto tra questa due discipline sono infiniti. Dalle società mesopotamiche alla seconda guerra mondiale, dall’impero romano alla Guerra fredda: non è possibile fare analisi storiche senza il substrato geografico.

Dal canto suo, la Filosofia intercetta l’Agire Umano su diverse scale, da quello individualistico a quello di massa. Sono numerosi i filosofi che hanno messo in stretta relazione la dipendenza dei comportamenti umani dal luogo dell’agire stesso. 

La philosophie doit cesser d’etre considérée comme discipline pour devenir motrice et guide dans l’enseigner à vivre. Elle doit redevenir socratique, c’est-à-dire suscitant sans cesse dialogie et débat. Elle doit redevenir aristotélicienne, c’est-à-dire mettre en cycle (encyclopéder) les connaissances et les ignorances découvertes par notre temps. Elle doit redevenir platonicienne, c’est-à-dire s’interroger sur les apparences de la réalité. Elle doit redevenir présocratique et lucrétienne, en réinterrogeant le monde à la lumière et l’obscurité de la cosmologie moderne.

Edgar Morin

Dal fecondo incontro di questi tre centri di raccolta, connessione e restituzione dei saperi è lecito attendersi una visione del Mondo e delle sue dinamiche molto più profonda e meno parziale.

I saperi umanistici interconnessi a base geografica di cui parliamo a seguire vogliono proprio essere un esempio di come ogni singolo argomento debba, dal nostro punto di vista, essere analizzato partendo dalla triade luogo-tempo-azione umana e avvalersi a cascata del contributo di molte scienze, di vari approcci concettuali, di diversi apporti disciplinari.

Quello che cerchiamo di intercettare nelle nostre indagini transculturali non sono solo i fenomeni aggregati, quelli riferibili ai popoli, alle etnie, ma anche ai singoli uomini e donne, le storie di vita che hanno pari dignità con i fenomeni di massa, perché ogni individuo è la somma di tutti gli individui del mondo. Non abbiamo particolari ansie di semplificazioni e di schematizzazioni; nell’analisi dell’uomo e dei popoli utilizzeremo approcci quantitativi, qualitativi e – come sempre nel nostro viaggio – multidirezionali e da diversi angoli prospettici.

L'obiettivo qui è individuare i punti di contatto tra agire umano e territorio.

 

Linguaggi come passaporto delle proprie origini e strumento di integrazione

Fin dalla sua apparizione sul pianeta Terra l’esser umano ha sentito il bisogno di comunicare.

Il primordiale, ancestrale e innato linguaggio del corpo viene gradualmente contaminato da segni convenzionali acquisiti, evolvendo in un linguaggio misto, gestuale. Si arriva quindi all’espressione verbale. L’insieme di questi linguaggi, ripetendosi su un dato territorio, ha  contribuito alla formazione di un’identità. E’ infatti indubbio il legame tra il modo di esprimersi e un territorio o una determinata origine etnica. I geografi hanno dedicato molto spazio allo studio del rapporto fra lingua, società e territorio considerandolo un mezzo formidabile per comprendere vicende concluse o eventi ancora in corso. Su una carta geografica, ad esempio, attraverso l'uso di isoglosse è possibile ripercorrere spostamenti di popolazioni e contaminazioni linguistiche.

Ci sono stati tentativi di uniformare i linguaggi, dall’esperanto (per fortuna miseramente naufragato) all’adozione dell’inglese come lingua universale. La speranza è che non si arrivi mai ad un’omologazione linguistica dei popoli della Terra. Siamo lontano da questo momento ma ogni giorno scompaiono decine di forme dialettali e molte lingue, anche tra quelle più diffuse, segnano il passo e perdono adepti.

Fin quando ci saranno migliaia di lingue sulla Terra ci sarà bisogno di persone che si prestano a fare da trait d’union per favorire la comunicazione tra individui di diverse origini e provenienze geografiche: i traduttori e gli interpreti. Il compito dei professionisti del linguaggio è delicato: non basta conoscere le basi grammaticali e il vocabolario. Bisogna andare oltre: conoscere la storia del Paese sorgente e di quello destinatario della traduzione, gli usi e i costumi, saper leggere la gestualità, le espressioni informali, le sfumature. E’ un lavoro di psicologia che presuppone importanti capacità di operare in team…per essere uniti nella diversità! Le regole d’oro per lavorare nella babele comunitaria”. Intervista a Paola Rizzotto – di M. Bertagni, E. Tachis.

paola-rizzottoÈ stato detto che la lingua dell'Unione europea è la traduzione. E in effetti nessuna delle 24 lingue ufficiali dell'UE è più importante delle altre, tutte hanno pari dignità e status. Anche se le istituzioni dell’Unione, per poter funzionare al loro interno, si limitano ad utilizzare solo due o tre lingue procedurali (inglese, francese e tedesco) le comunicazioni destinate ai cittadini devono essere di immediata comprensione. Tutti cittadini dell'Unione hanno il diritto di comunicare con le istituzioni UE e di leggere gli atti normativi adottati dall’Unione nella lingua del proprio paese. Sapendo quanto importante sia la lingua per l’identità di un popolo è evidente che la scelta di privilegiare, ad esempio, il bilinguismo o determinate lingue regionali ha conseguenze politiche. Oltre ai traduttori che lavorano per le varie istituzioni europee il funzionamento dell’Unione si basa anche sul lavoro degli interpreti, che consentono la comunicazione tra leader e deputati europei, tra istituzioni UE e delegati nazionali eccetera. Tutto questo può sembrare a prima vista una babele, ma è in realtà un meccanismo ben collaudato che ha consentito di aggiungere svariate lingue con un aumento di spesa minimo e costi complessivi che corrispondono, come diciamo spesso, al costo di una tazzina di caffé per cittadino UE. È ovvio poi che ciascuno – e gli italiani in particolare – fa il caffé alla sua maniera, “uniti nella diversità”.

Paola Rizzotto

Dirigente Commissione Europea

Se si vuole capire meglio un popolo, un’etnia o più semplicemente la filosofia esistenziale degli abitanti di una città, è importante indagare sul perché di certe espressioni verbali e corporali, oppure al contrario, la ricerca antropologica può partire dallo studio degli atteggiamenti che le popolazioni di un determinato Paese o area geografica hanno nei confronti delle proprie e delle altre lingue.

Andare in un Paese e tuffarsi nella lingua locale è la maniera più veloce per integrarsi. Provarci significa voler stabilire un contatto e questo predispone bene l’altro. Cogliere le sfumature e le forme dialettali può consentire di fotografare una filosofia di vita o anche di ribaltare dei luoghi comuni. Lingue, linguaggi, identità. Italianità sparse – di M. Bertagni.

papayaCon la papaya se soluciona todo”, così affermai ad un pranzo fra amici, a Cuba, suggerendo un rimedio naturale agli attacchi di dissenteria,  frequenti quando si visita il centro ed il sud America. Risate fragorose. Mi spiegarono che a Cuba, e solo lì in tutta l’America latina la papaya non corrisponde al frutto ma …..

Marco Bertagni, viaggiatore

 

E come non parlare del ruolo fondamentale delle migrazioni per tener vive delle lingue e per contribuire al loro sviluppo, al loro arricchimento.

Quando si pensa in una lingua “straniera” si è in grado di prendere decisioni più liberamente, riducendo i limiti imposti dalla propria cultura. Pensare in una lingua non propria permette di affrontare il problema con una certa distanza emozionale, fa aumentare la capacità analitica e quindi porta a prendere decisioni migliori. 

evelina-schatzConrad, Nabokov, Bunin, Beckett, Ionescu, Camus, Hanna Arend, Brodskij, Kundera, Kristof; Leonardo, Modigliani, Dalì, Shagall, Kandinski, Gorky etc.etc.; Hendel, Mozart, Stravinsky, Rachmaninov, Gubajdulina, Shshedrin  etc- etc-

Esistono quegli stranieri che conquistano la lingua e da essa si fanno conquistare e “commettono” la letteratura in un idioma che non hanno preso dal seno materno.

Musica o letteratura all’estero?

Tanto più essa è in una condizione di minoranza e si trova de-territorializzata linguisticamente e politicamente, tanto più è innovativa, sperimentale, «rivoluzionaria” 

Mentre conservando la propria lingua all’estero, sentire la lingua madre “da lontano” te la fa risuonare più profondamente nella testa

Evelina Schatz, scrittrice e poetessa
(Statement per Bertagni Geography)

collage

 

Musica come linguaggio universale. Il rapporto tra world music e territorio

Da un punto di vista geografico, la musica può essere interpretata come un prodotto culturale, di cui esaminare diffusione, distribuzione, produzione, in un’ottica regionale, ma anche globale-locale; come una modalità di rappresentazione, capace di raccontare emozioni e paesaggi, ma anche di esprimere il punto di vista di un determinato artista o movimento, e la capacità di ricezione, reinterpretazione da parte del pubblico; e anche come una forma di comunicazione, che, attraverso la produzione, la performance e l’ascolto, può mettere insieme, costruire identità, dividere.

Società Geografica Italiana

La musica come summa delle diverse forme di comunicazione: ogni popolo, in ogni epoca, dagli albori dell’umanità, ha sviluppato la propria musica: i popoli mesopotamici la collegavano alle scienze astronomiche e alla matematica; gli Ebrei sotto Re Salomone organizzarono il servizio dei cantori al tempio di Gerusalemme con il kinnor, l’ugab, lo shofar; gli indiani hanno sviluppato scale da sette suoni; gli indonesiani sono stati i primi ad usare il gamelan. E così via. Si può arrivare a dire che a un’area territoriale e ad un’etnia spesso corrisponde una musica, “quella” musica e nessun altra. E questa musica, da un lato esprime il messaggio di quelle genti, la loro anima, il loro spirito e, dall’altro il carattere di quelle terre, di certi climi.

E i ritmi, le note, i testi, ci spiegano le geografie umane, le storie di quei popoli, le tradizioni.

C’è sempre un perché se si usa un certo strumento o si sviluppa un tipico sound in un preciso luogo o tra particolari culture.

Spesso, quando si parla di musica tradizionale, folk, ethno music o world music che dir si voglia, la si associa  ad una Nazione, ad un territorio o a delle culture: non si può parlare di fado e non pensare al Portogallo, né evitare di identificare la morna con Capo Verde, o di ricondurre il sirtaki alla Grecia, piuttosto che di evocare il golfo di Napoli ascoltando “Core ‘ngrato”. I suoni lontani del didgeridoo ci portano agli aborigeni australiani, alla sacralità di Uluru.

La musica è un linguaggio universale, che racconta la geografia umana, fisica e percettiva, crea identità, ci fa conoscere il Genius Loci.

Il Tango perché nasce in Argentina? Cosa ci rivela di quel Paese? Cosa c’è dietro quei ritmi languidi e passionali? Qual è il linguaggio di chi scrive il Tango, di chi lo canta, di chi lo suona e di chi lo balla? Come ha potuto questa musica, che ha affondato le proprie radici nelle tristi vicende degli emigranti della fine dell’Ottocento, dar voce ad un sentimento collettivo e alle vibrazioni amorose dei singoli individui conquistando il mondo? E’ davvero – come disse qualcuno – l’espressione verticale di un desiderio orizzontale, o molto di più? Tango: origini, orgoglio, identità. Intervista a Pablo Ahmad e Valeria Lorduguin – di M. Bertagni e G. Massimiani.

tangoValeria Lorduguin e Marco BertagniQuando nasci in Uruguay o in Argentina il tango è parte della tua vita. In radio papà ascoltava questa musica. Ascolti delle canzoni e poi ti accorgi di conoscerle da tempo, perché sono parte della nostra cultura. Questo aspetto musicale unisce Uruguay e Argentina, fa parte della nostra identità e ci rende orgogliosi quando ci esibiamo.

Valeria Lorduguin, ballerina di Tango e attrice
Nella foto con Marco Bertagni

 

pablo-ahmadgiulia-massimianiEl tango, mi tango, es mi companero, mi puente, mi bandoneon, como estandarte mi manera de decir y de cantar, de llevar a mi barrio y la temàtica de haberme ido y siempre volver, es contar las historias de allà aquì y de aquì allà, como un juglar moderno porteno hoy en tierras aztecas, con esa ascendencia antigua con olor a inmigrante.

Pablo Ahmad, compositore e cantante di Tango
Nella foto Giulia Massimiani, Jr geo-consulting in Bertagni Consulting srl

La musica poi diventa ipnotica, curativa, valvola di sfogo. Scatena gli istinti primordiali, caccia il maligno, è evocativa, è coinvolgente. Danzatori di Jatilan nell’isola di Giava, dervisci rotanti nella stazione dell’Orient Express a Istanbul, la notte della Taranta a Melpignano, i ritmi tribali dei nomadi del deserto del Sahara, le note ossessive e le tradizioni religiose a Cuba ed Haiti. 

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Giava - Jatilan

 

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Turchia – Dervisci rotanti

 

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Cuba – Santeria (Foto di Marco Bertagni)

Note, parole, ritmi e danze che ci legano a un luogo e che ce lo evocheranno per sempre non appena sentiremo,  a qualsiasi latitudine, un certo brano musicale,  perché la musica ha le sue geografie, che scavano la mente e l’anima e trovano asilo nella nostra memoria e nel nostro cuore.

La musica ci racconta la storia che è avvenuta dentro certi confini, ma elimina i confini e unisce i popoli!

Perché frequentare Platone, quando anche un sassofono può farci intravedere un altro mondo?


E.M Cioran

 

Dimmi cosa mangi e ti dirò di dove sei.

L’enologia e la cultura gastronomica di un territorio, sia esso un’area ristretta, una Regione o una Nazione, sono straordinari strumenti di diffusione dell’identità etnica, culturale e geografica.

Come la musica, l’enogastronomia può far conoscere culture lontane, incuriosire, integrare persone, far viaggiare con l’immaginazione.

Non si tratta però solo dell'insieme dei prodotti che una data comunità di persone riesce a produrre in rapporto a un territorio, ma anche del "pensiero gastronomico" che sottende ogni scelta e percezione del cibo da parte di individui e società. Dal punto di vista geografico è importante capire la genesi della relazione tra cucina e Paese, ovvero, in altri termini, cogliere l’influenza esercitata sulla formazione di un’identità enogastronomica dai fattori morfologici e dalla posizione geografica, piuttosto che dalle dominazioni, dai flussi di immigrazione e dalla geo-politica. Interessante esempio è quello del Portogallo. Lusitani momenti di gusto. Influenze geografiche sull’enogastronomia portoghese”. Interviste a Susana Guterres, Luisa Gomes, Leandro e Elsa Antunes, Antonio Serrazina – di M. Bertagni e R. Donnini.

leandro-antunesroberta-donniniQuella portoghese è una viticoltura fortemente legata alla tradizione. La produzione vinicola è basata per lo più su uve autoctone; qui le cosiddette uve internazionali non sembrano avere fortuna

Leandro Antunes, Produttore di vino e Distillatore
Nella foto Roberta Donnini, Senior Consultant in Bertagni Consulting srl

 

 

La geografia poi, almeno per come la intendiamo noi, è pluridisciplinare e può dunque cogliere molti degli aspetti che contribuiscono alla determinazione di una tradizione alimentare o gastronomica. Il valore aggiunto più evidente che l’analisi geografica porta al viaggio conoscitivo dell’enogastronomia è quello di poter giostrare su scale diverse. Ecco allora che possiamo indifferentemente esaminare un’Area multinazionale, un Paese, una Regione o un piccolo centro. Da ultimo come non considerare il connubio tra enogastronomia e viaggi “culturali”? (Il rapporto a diverse scale tra cibo e territorio. Intervista a Rossella Belluso – di M. Bertagni)

marco-bertagni-rossella-bellusoL’enogastronomia è uno degli elementi che influenza l’evoluzione di un paesaggio; per esempio nei Paesi Arabi è raro trovare la vite dal momento che quelle popolazioni non bevono vino

Rossella Belluso, Geografa, Ricercatrice presso Università La Sapienza, Roma
nella foto Marco Bertagni e Rossella Belluso

 

 

 

 

Ci saranno sempre sorprese se cibo e bevande verranno (de)gustati senza pregiudizi e con curiosità, nella certezza che i prodotti enogastronomici siano un tramite eccellente verso la comprensione del Genius Loci.

Il vero viaggio in quanto introiezione d’un “di fuori” diverso dal nostro abituale, implica un cambiamento totale dell’alimentazione, un inghiottire il Paese visitato, nella sua fauna e flora e nella sua cultura, facendolo passare per le labbra e l’esofago. Questo è il solo modo di viaggiare che abbia un senso oggigiorno, quando tutto ciò che è visibile lo puoi vedere anche alla televisione senza muoverti dalla tua poltrona…

Italo Calvino

 

Religioni: migrazioni, conflitti, stili di vita

Le religioni, nella loro immaterialità, hanno, e continueranno ad avere, notevoli influenze sulle geografie umane dal punto di vista  dei flussi migratori, temporanei o definitivi, degli stili di vita, delle abitudini alimentari.

L’uomo, a sua volta, ha “usato” - e continua ad usare - nel corso dei secoli il vessillo della religione per fare guerre che hanno cambiato il volto della storia (e della Terra) ed ha preferito strumentalizzare la fede per generare assurdi conflitti anziché per aprirsi al dialogo e alla reciproca tolleranza.

Il disegno della terra e lo studio di come l’uomo vi agisce, ovvero la geografia, è poi interessata anche a fenomeni… ultra-terreni: in effetti, paesaggi e territori sono caratterizzati dalla presenza di strutture dedicate al culto dei morti, così come quest’ultimo indirizza comportamenti sociali e alimenta riti molto suggestivi e diversificati in alcune regioni del mondo, dall’India a Cuba, dal Messico all’Egitto, all’Indonesia. A Varanasi, in particolare, le geografie e le atmosfere della città sono totalmente disegnate, nei secoli, dai rituali religiosi. “Avvicinandosi a Manikarnika, l’atmosfera si fa densa e oscura, pare di essere piombati in un aldilà mitologico, tornano in mente le rive dello Stige e i gironi di Dante. S’incontrano venditori di legna, di sacchetti di polvere di legno di sandalo, di burro chiarificato, di serici sudari funerari, di urne di terracotta. L’odore dei corpi bruciati e il fumo nero che si leva dalle pire fa bruciare gli occhi e tossire. Ma qui vita e morte sono strettamente intrecciate, e morire fa parte della quotidianità come vivere, gioire e soffrire” (Marina Sozzi).

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Varanasi, India, 2011 (Foto di Marco Bertagni)

 

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Cimitero a Ilulissat, Groenlandia, 2009 (foto di Marco Bertagni)

 

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Catrina messicana, 2014(modella: Valeria Lorduguin, truccatrice Monica Bustos)

Piscine, you cannot follow three different religions at the same time.

Why not?

Because, believing in everything at once is the same thing as believing in nothing.

He is young, Santosh. He is still trying to find his own way.

And how can he find his own way if he does not learn to choose a path? Instead of leaping from one religion to the next, why not start with reason? In ten years science has taught us more about the universe than religion has in ten-thousand.

Yes, that is true. Science is very good at teaching us what is out there...

But not what is in here.

Some eat meat, some vegetarian. I do not expect us to agree about everything, but I would much rather have you believe in something I don't agree with, than to accept everything blindly.

Dal film “Vita di Pi”

 

Sport, l'altra religione

Un’altra “religione” dei nostri tempi, con impatti significativi sulla geografia fisica e su quella umana è lo Sport.

Quali sono i punti di contatto tra geografia e sport?

I grandi eventi sportivi, dai mondiali di calcio alle Olimpiadi, sono considerati dei volani favolosi per l’economia dei Paesi ospitanti, per i flussi turistici, per la riqualificazione del territorio e per il prestigio politico.

Dal punto di vista della geografia sociale, le manifestazioni sportive internazionali possono costituire momenti di intensa integrazione tra culture diverse e occasioni di scambio e di conoscenza.

Flussi migratori importanti si sono innestati sulle direttive del Calcio in Europa, del Basket negli USA, dell’Hockey in Canada. Gli italiani emigrati in Sud America e in particolare in Uruguay, Brasile e in Argentina agli inizi del 1900 hanno portato la cultura del calcio in quei Paesi.

Sport nati in Gran Bretagna sono stati esportati nel Commonwealth, dal cricket al rugby.

Se si esamina la geografia del territorio, salta invece agli occhi l’importanza della scelta della location per gli eventi sportivi e risulta evidente l’impatto ambientale della costruzione ex-novo o della riqualificazione degli impianti.

Si va sempre più verso la costruzione di stadi iper-tecnologici e ecocompatibili, integrati con il territorio e poli-funzionali; ma ci sono numerosi esempi di strutture sportive posizionate a valle di pianificazioni urbanistiche scriteriate piuttosto che cattedrali nel deserto.

Al di là degli aspetti ambientali legati all’impiantistica sportiva, la rilevanza del territorio – e dunque della geografia – nel calcio emerge con forza maggiore se si prendono in esame alcune società che con il territorio hanno dei rapporti strettissimi che arrivano a definirne l’identità e a caratterizzarne la storia e i modelli organizzativi. Società calcistiche e territorio. Di Andrea Lo Basso.

logo-shalke-04andrea-lo-bassoLo Schalke 04 viene identificata come la squadra dei “minatori” poiché la maggior parte dei giocatori e dei tifosi della squadra, negli anni ’20, erano  lavoratori delle miniere nella regione della  Rhur. E’ stata così creata un’immedesimazione tra società sportiva, popolazione e territorio che è rimasta intatta dopo quasi un secolo.

 

Andrea Lo Basso
Laureando in scienze geografiche e Jr consultant in Bertagni Consulting srl

 

Lo sport è poi stato oggetto di geo-politica, fin dai tempi di Hitler (che alle Olimpiadi di Berlino del 1936 subì l’onta del nero statunitense Jesse Owens che vinse 4 medaglie d’oro e del centravanti ebreo della Norvegia Magnar Isaksen che con una doppietta eliminò la Germania nei quarti di finale), Mussolini (che  diffonde la cultura dello sport tra le masse e organizza i mondiali di calcio del 1934), Stalin, Franco, Salazar. Negli ultimi decenni le decisioni riguardanti le scelte di dove organizzare i Mondiali o le Olimpiadi sono state legate più a fattori sociali, politici ed economici che sportivi. Cresce dunque la rilevanza della geo-politica, facendo sembrare che il business abbia ammantato l’anima dello Sport.

Il calcio – essendo lo sport più popolare – rappresenta una sorta di compendio dei punti di contatto tra geografia e sport. Per molti è solo una questione di soldi e di interessi. Non per noi. I linguaggi dei tifosi, la loro passione che li porta a percorrere distanze infinite al seguito della squadra del cuore, i calciatori che distillano in campo le proprie origini, società che hanno tra le proprie fila solo giocatori nati in quella Regione, i calciatori-bandiera e quelli banderuola: tante storie di geografia umana del calcio, che ne fanno lo sport più bello del mondo Le geografie umane del calcio: movimenti, territorialità, linguaggi. Intervista a Roberto Bettega – di M. Bertagni.

roberto-bettegaRoberto Bettega, nato a Torino, ex-calciatore ed ex vice-presidente della Juventus FC con riferimento al moltiplicarsi dei trasferimenti internazionali e al dilagare del virus del mercenario che affligge molti professionisti del pallone afferma, con una punta di amarezza, “non esiste più la geografia del calcio”.

 

(nelle foto Roberto Bettega e Marco Bertagni e, nel riquadro grande, il gol di Bettega nella finale UEFA 1977, contro l’Athletic Bilbao squadra in cui la geografia è di fondamentale importanza in quanto schiera da sempre soli giocatori baschi)    

Watching soccer is my main hobby, really. I'm no tactician or coach, but I enjoy watching the free flow of it, the different styles, and the histories behind clubs. Like Barcelona vs. Madrid - it's not just a soccer game; it's a geopolitical struggle.

Andrew Luck

 

Migrazioni: il mondo è uno. E di tutti.

L’argomento centrale, paradigmatico, dei saperi umanistici interconnessi a taglio geografico, è a nostro parere quello delle migrazioni. E’ qui che bisogna utilizzare al meglio le leve multidisciplinari che conosciamo e mettere da parte pregiudizi, generalizzazioni e luoghi comuni.

I nomadi hanno inventato gli elementi basilari della civiltà: il fuoco, i linguaggi, le religioni, l'equitazione, l'agricoltura, l'allevamento, la lavorazione dei metalli, la navigazione, la ruota, la democrazia, il mercato, la musica, le arti. Gli stanziali hanno inventato le fortezze, lo Stato, le imposte. Chi si sposta non è detto che sia il barbaro che distrugge le altre civiltà. Anzi, può essere una forza d'innovazione e di creazione. Per se stesso e per gli altri.

Tutto questo fa dell’integrazione tra popoli un moltiplicatore di idee, di prospettive e di visioni. Al contrario, le divisioni, i preconcetti, le barriere etnico-culturali non permettono l’integrazione e generano tensioni.

La geografia delle migrazioni spiega i grandi flussi dei popoli da una parte del mondo all’altra, nei secoli, indica i fattori pull e push, fornisce una base di informazioni utili per definire politiche di controllo dei migranti, di attrazione o di restrizione, di ricollocamento o espulsione.

I flussi migratori hanno cambiato la storia dell’Italia, dell’Europa e del Mondo. Le scienze che hanno come oggetto lo studio dei movimenti migratori tendono a fornire definizioni di fenomeni collettivi e la geografia non sfugge a questo cliché. Esiste tuttavia una geografia non delle migrazioni, ma del “migrante”, intimistica, poetica, che considera il singolo individuo che si trova a dover vivere in spazi nuovi, in culture diverse da quelle di provenienza, senza conoscere la lingua, le abitudini, a fronteggiare il senso di spaesamento.

A noi interessa questa dimensione personale. Ogni migrante ha una sua storia di vita da raccontare. E noi dobbiamo imparare ad ascoltare.

christa-maria-beardsleyI am almost 83 years old. When I came to America I did not plan to stay longer than 2 years. “I spotted the Statue of Liberty from the sky. An exhilarating sensation came over me. At  10:15am the plane landed at Idlewild Airport. It was February 24, 1954. I had arrived in America, the land in which a life, ever so much more turbulent than the one I left behind, was about to unfold”. I had a boyfriend in Germany, a student at the university.  I had to quit school early because my parents lost everything during and after WW.2.  1949 the Mark was devalued and my father could no longer afford to pay tuition at the Boarding School I attended.  In order to work in America I needed to emigrate.  My sponsor broke his promise and did not assist in getting a job for me when I arrived. I worked in the field, took care of spoiled kids, cleaned houses all of which I hated. Eventually I broke away, married Major W.R. Beardsley M.D. Widower,  a great humanitarian and intellectual. I was a widow at 25 and then decided to stay here.  I sold my house the proceeds of which paid tuition for my studies. That's a bit of what happened.  My life had many ups and downs. I have no regrets.  The more I learned about America's history the more disappointed I was.  Travelling has awakened a deep compassion for those not privileged.

Christa-Maria Beardsley, professoressa, scrittrice, viaggiatrice. (Statement per Bertagni Geography) 

Noi italiani siamo un popolo di migranti. Due Paesi lontani, in cui la nostra impronta è ancora forte sono l’Australia, dove i nostri connazionali hanno tracciato “le vie dell’uva” Grapelines: le vie australiane dell’uva – di M. Bertagni e S. Minutolo e l’Argentina, una seconda-Italia Argentina, Italia. Interviste a Giancarlo Ceraudo e Elizabeth Schnitzker – di M. Bertagni.

cover-libro-garreffagino-garreffaGino Garreffa, another important Italian wine producer in the area, has managed to survive and even grow over the last years by investing massive capital in water quotas. His “Tabletop Grapes”, developed with wife Elina, is a model of parsimonious management, family enterprise and passion for things done well. The Garreffas also organise enogastronomic events connected to the Slow Food movement and tourism, one of which is the “Festa della vendemmia” which attracts guests from all over Australia and takes place in a newly designed winery with its “low pergola style” planted in place of one previously fallen in disrepair.

Gino Garreffa proudly showing the beautiful vineyards where annually the Festa della vendemmia takes place and where people dance tarantella (Source: photo by M. Bertagni)

Dal capitolo “Australian grapeline – le vie australiane dell’uva” di Marco Bertagni e Saverio Minutolo, all’interno del libro “Nel solco degli emigranti” AAVV – Bruno Mondadori Editore, 2015

Muoversi, viaggiare, migrare dunque. Ma qual è il fine ultimo di questa attività che da sempre ha caratterizzato l’umanità?

Forse cercare noi stessi e la nostra identità? La ricerca dell’identità in America Latina. Intervista a Andranik Suleimanian – di Ira Dari.

Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l'altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l'altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola.

Kalhil Gibran

 

La geo-antropologia

Numerosi sono gli intrecci tra la geografia umana e l’antropologia. Molte correnti di pensiero hanno abbinato la geografia umana all’antropologia sociale, altre hanno unificato geografia e antropologia sotto il denominatore “culturale”. I confini sono molto labili e spesso si ha la sensazione di fare speculazioni filosofiche.

Non vogliamo scomodare Cesare Lombroso con le sue teorie sull’antropologia criminale influenzate dal darwinismo sociale e dalla fisiognomica, né i paradigmi del determinismo o del possibilismo geografico.

Di sicuro, però, lo studio dell’uomo nella sua cultura, ovvero l’antropologia, non può prescindere dal luogo dove questa cultura si sviluppa, né dal clima e dalle tradizioni.

Il luogo e dunque la geografia influenza sia l’antropologia che la psicologia, a loro volta scienze strettamente connesse. E’ difficile negare che l’attitudine di pensiero, la mentalità non risenta del luogo.

Quindi non sembra azzardato parlare di una triade costituita da geografia-antropologia-psicologia. La psicologia per certi versi è complementare alla geografia perché guarda “dentro”, laddove la geografia guarda le forme esterne, ma si avvale allo stesso tempo delle scale, come la geografia, e analizza il singolo individuo sulla base di categorie psicologiche più ampie.

La crescita psicologica di una persona non può non risentire del “dove” questa crescita è avvenuta. Sta alla psicologia capire poi le reazioni individuali all’influenza del luogo. Come per le percezioni, anche in psicologia, a parità di luogo, i comportamenti che ne derivano possono essere assai diversi. I rapporti tra geografia e psicologia e la paradigmatica antropoloZia di Amatrice. Intervista a Adriano di Fraia e Ida Moriconi – di Marco Bertagni.

Amatrice è situata nella conca Amatriciana, e questo confine naturale la rende ancor più isolata. Anni fa non c’erano nemmeno i telefoni, era un mondo legato alla pastorizia, non c’era molta apertura all’altro, le montagne dovevano essere funzionali non turistiche. Questo pragmatismo è molto diffuso

Ida Moriconi, Psicologa

 

marco-bertagni-adriano--di-fraia-ida-moriconiIl mantra di Amatrice è ispirato a curiosità e controllo. Tutto parte da un bisogno di relazionarsi, gli interrogatori che fanno le vecchiette di paese, tra cui la mitica zia Mariuccia (dove vai? Cosa fai?) servono per cercare un punto di incontro per parlare, ma molto a livello superficiale perché non vogliono farsi carico di alcuni aspetti empatici nè sentirsi chiamate a svolgere un ruolo che non sono attrezzate a svolgere.

Adriano Di Fraia, Dottore in Psicologia
(Nella foto: Marco Bertagni, Adriano  Di Fraia, Ida Moriconi

Uno degli aspetti più interessanti che scaturiscono dallo studio dell’uomo e della sua cultura in una porzione territoriale del Mondo è quello dell’antropologia giuridica, scienza derivata che può spiegarci perché, ad esempio, il diritto romano si è diffuso in certe Nazioni e quello anglosassone in altre.

Unire gli strumenti di indagine della geografia con quelli dell’antropologia può fornirci delle basi interpretative del perché a determinate latitudini si commettono certi reati con maggior frequenza, o perché a uguali reati non corrispondano uguali pene o, infine, perché certi atteggiamenti verso la vita, verso se stessi e verso il prossimo sono così diversi tra i popoli? Possono, in altri termini, le condizioni geomorfologico e climatiche, nonché la scala dei valori comuni ad un popolo influenzare il diritto? Riuscirà Matteo Renzi a rompere il muro della burocrazia, a spezzare la diffusa tendenza a fare delle vittime i colpevoli e dei colpevoli le vittime, a sconfiggere il profondo senso di de-responsabilizzazione e menefreghismo, di totale carenza di rispetto per gli altri che ammanta larghi strati della popolazione italiana e introdurre nel codice penale il reato di Omicidio Stradale?

stefania-e-stefano-guarnieri-e-matteo-renzicover-felice-di-seguirti«Il 2015 sarà l’anno in cui noi interverremo» sull’omicidio stradale, «aspetteremo che sia il Parlamento a legiferare, visto che la discussione è in fase avanzata, ma se non lo farà il Parlamento, lo faremo noi. Il tempo dell’impunità è finito». È una promessa, questa, per il premier Matteo Renzi, ribadita mercoledì in un videomessaggio inviato alla famiglia di Lorenzo Guarnieri, ragazzo ucciso in strada a Firenze da un’auto pirata. L’omicidio stradale e l’ergastolo della patente, nelle intenzioni del premier, diventeranno legge nel 2015. (Corriere della Sera) (www.lorenzoguarnieri.com)

Nella foto Stefania e Stefano Guarnieri e Matteo Renzi

Anthropology is the science which tells us that people are the same the whole world over - except when they are different.

Nancy Banks Smith

  

Geografia e salute: epidemiologia, medicina delle migrazioni e igiene ambientale

Fu John Snow che, nel 1854 attraverso un’ingegnosa mappatura delle pompe d’acqua del quartiere di Soho a Londra, gettò le basi della epidemiologia geografica e, nella fattispecie, risolse il problema del colera che stava sconvolgendo la capitale inglese.

Più recentemente l’origine e le modalità di trasmissione della SARS fu individuata con un sofisticato ragionamento di taglio epidemiologico.

L’evoluzione del virus Ebola del 2014 è stata costantemente monitorata con i GIS e questo ha contribuito senz’altro ad una più efficace arginazione del fenomeno.

Gli strumenti della geografia si sono via via affinati, così come gli studi di epidemiologia e al giorno d’oggi questo connubio, geografia e epidemiologia, può non solo consentire di individuare origini e distribuzione di alcune malattie che colpiscono larghi strati della popolazione, ma anche creare i presupposti per combattere nel concreto la diffusione ulteriore di queste epidemie.

La geografia è dunque un fattore chiave al servizio dell’epidemiologia, quantomeno con riguardo allo studio della distribuzione territoriale degli agenti patogeni e delle malattie.

L’epidemiologia nelle sue varie declinazioni (descrittiva, analitica, sperimentale) è poi in stretta relazione anche con altre scienze quali la statistica, la demografia, la sociologia.

Molti di questi aspetti confluiscono poi in una branca della medicina, per certi aspetti emblematica per lo studio geografico dei fenomeni legati alla salute umana: la medicina delle migrazioni. Qui, medici in prima linea affrontano quotidianamente i disagi di chi si trova a vivere, in via temporanea o definitiva, per scelta o costrizione, in un Paese diverso dal loro. Oltre a cercare di individuare le possibili patologie, associandole magari a quelle tipiche del Paese d’origine, questi medici sia d’ambulatorio che di pronto soccorso, devono fronteggiare spesso anche le paure di chi pur avendo bisogno di cure non sa - vista la frequente condizione di clandestinità – se presentarsi o meno alle strutture sanitare del Paese di destino per timore di essere denunciati alle Autorità. E devono poi svolgere il ruolo di confessore, di amico, di consigliere, di calmieratore rispetto ai problemi di integrazione dei migranti a cui si aggiungono quelli relativi allo stato di salute. Il tutto in un contesto in cui imperversano luoghi comuni sui migranti, razzismo, discriminazioni e, spesso, memoria corta. Gli italiani hanno forse dimenticato che siamo uno dei popoli che ha fatto registrare i maggiori flussi migratori della storia? Medicina delle migrazioni. Intervista a Anna Paola Massetti – di M. Bertagni.

marco-bertagni-e-paola-massettiL’Africano si sdraia e dice ho male a tutto il corpo perché nella loro cultura il corpo è uno solo e fa male tutto; oppure non vuole farsi i prelievi perché il  sangue non si butta via, è vita. Durante il Ramadan, si è costretti a modificare gli schemi dei farmaci che vengono presi a digiuno, non si fanno i prelievi perché non possono stare a digiuno prima visto che mangiano fino alle tre di notte. Si tende quindi di adattare i metodi di cura in base alle diverse esigenze “geografiche”.

 

Paola Massetti, docente universitaria, La Sapienza
(nella foto Marco Bertagni e Paola Massetti)

 

 

Altro aspetto, più qualitativo che quantitativo, dei molti intrecci tra geografia e salute umana è quello dell’igiene ambientale. L’ambiente di lavoro può essere foriero di disturbi e malattie fisiche e mentali. Esposizione a materiali e sostanze pericolose, pregiudizi riguardo età, sesso, religione; insicurezza del posto; turni notturni, ripetitività dei gesti, ambiente non ergonomico: questi ed altri fattori possono generare malattie, stress, burnout, alienazione.

Il cinema, televisione e la letteratura si sono occupati molto di queste tematiche di igiene ambientale: da Metropolis, a Mon oncle d’Amerique fino a Erin Brockovich,  da A civil action  a I Simpson Salute e igiene ambientale nella letteratura nel cinema e nella giurisprudenza. Da Metropolis alla nuova legge italiana sui reati ambientali – di M. Bertagni e C. Tancredi.

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The work of epidemiology is related to unanswered questions, but also to unquestioned answers. 


Patricia Buffler

 

Confini e geopolitica

Per dirla con Franco Battiato “il senso del possesso fu pre-alessandrino” e a ben vedere, estremizzando, la geo-politica ruota intorno ai concetti di spazio, frontiere, confini, limiti. Il desiderio di “marcare il territorio” ha ispirato l’uomo fin dalla sua apparizione sul nostro pianeta. Questo senso del possesso individuale si è poi nel tempo diffuso a cascata sui gruppi etnici, su intere popolazioni, sugli Stati.

All’interno dei confini ci sono identità, riconosciute o negate, territori omogenei o morfologie a volte tagliate con l’accetta.

Il geografo ha gli strumenti per tracciare i confini “naturali” di uno Stato o di una Regione; la politica ha quelli – molto più complessi – per definire i confini ufficiali. E se il cerchio non quadra, da riga e compasso si passa a rivendicazioni e guerre.

Cosa ci ha insegnato la geopolitica dell’Europa? Quante volte nel secolo scorso – e in particolare tra il 1914 e il 1945 - sono mutati i confini tra gli Stati del nostro Continente? (https://www.youtube.com/watch?v=rYRWcLCUA7U).

Quali sono le principali dispute frontaliere ai giorni nostri? E’ evidente tuttavia che sulla terra, nei cieli e nel mare, ispirati al principio “l’erba del vicino è sempre più verde”, esistono infiniti conflitti e focolai, dovuti al desiderio di allargare i propri confini, non per un vezzo dei Governi, ma perché si ritiene un “diritto” accaparrarsi risorse economiche o territori sulla scia di criteri storico-morfologici. Veri, verosimili o presunti.

Esistono tentativi, più o meno riusciti, di “annullare i confini”. Il grande disegno di Jean Monnet e degli altri padri fondatori della Comunità Europea era proprio quello di unificare popoli, economie e commerci, smaterializzando i confini. Forse non è un caso che il nostro continente non abbia più vissuto guerre da quando gli Stati hanno deciso di promuovere il processo di integrazione Il sogno di Jean Monnet è applicabile alla realtà Europea? Intervista a Vito Borrelli – di M. Bertagni e Elisa Tachis.

vito-borrelliI cittadini sono il motore di un'Europa unita. Attraverso azioni individuali o, ancor più, congiunte, i cittadini europei hanno la possibilità di interagire e partecipare alla costruzione di un’Europa sempre più vicina, democratica e proiettata verso il mondo, unita nella sua diversità culturale e da questa arricchita.

Vito Borrelli (a destra nella foto), dirigente Commissione Europea

 

 

 

 

Il problema e che quand’anche si riesca a smussare e alleggerire i confini all’interno di aree geografiche più o meno ampie, si tende a rinforzare l’importanza delle frontiere verso gli altri Stati. Anche a livello di terminologia perché parlare di Paesi extra-comunitari per indicare quelli “non appartenenti” all’Unione Europea? Lacoste parlava di “geografia che serve, anzitutto, per fare la guerra”. Ci si domanda perché “il Mondo” si ostini a cercare confini. In realtà, la geografia e il mondo, sono concetti neutri, strumenti o scenari, dove agisce l’uomo. E’ l’uomo che fa la guerra e che vuole segnare il territorio.

E’ sull’uomo che la geografia deve agire per convincerlo che il mondo è uno.  E di tutti.

Borders may divide us, but, paradoxically, they're also the places where we're nearest to one another.

Ken Jennings