2.1. Il mondo può essere conosciuto e rappresentato?

2.2. Il viaggio come elemento fondante della conoscenza del mondo

2.3. Sette miliardi di mondi percepiti e il peso dei propri vissuti

2.4. È possibile educare i sensi?

2.5. I ponti percettivi verso il riconoscimento del Genius Loci

2.6. Cosa sono le rappresentazioni?

2.7. La cartografia come linguaggio della geografia

2.8. L’avvento dei GIS

2.9. La fotografia geografica

2.10. Può il cinema svelare il genius loci?

2.11. Le rappresentazioni letterarie del mondo e la bibliografia geografica

2.12. Collezioni geografiche e memorie

2.13. È possibile quindi conoscere il genius loci?

 

Il mondo può essere conosciuto e rappresentato?

E’, questa, la domanda-chiave, a cui non si può avere la presunzione di dare una risposta definitiva. Però non si vuol rinunciare in partenza al sogno di capire chi siamo, dove siamo e cosa facciamo in questo Mondo. Ecco allora che la geografia, scienza della Terra e dei rapporti dinamici dell’Uomo con questo pianeta ci viene incontro, ci fornisce spunti per conoscere qualcosa in più del Mondo e per tentare di disegnarlo, ovvero di rappresentarlo. Gli spunti si moltiplicano se questo slancio conoscitivo viene suffragato e supportato da discipline e attività connesse con la geografia.

Bertagni Geography ha deciso di percorrere il Fiume Geografia dalle sorgenti alla foce. I primi affluenti che incontreremo saranno il viaggio e la percezione, due azioni che potrebbero darci  accesso diretto alla Terra. Arriveranno poi le preziose acque delle arti visive - dalla cartografia alla fotografia, dalla letteratura al cinema, dalla pittura al collezionismo - quelle che ci consentono, sia pur indirettamente, di immaginare il Mondo attraverso la sensibilità di altre persone.

Confidiamo – alla fine di questo nostro viaggio metaforico lungo il Fiume Geografia - di trovarci immersi nel mare della Conoscenza. Una conoscenza non assoluta del Mondo, impossibile da raggiungere, ma intima, personale, matura, a tutto tondo e profonda. Da tenere per sé come dispensatrice di felicità.

Il mondo è una mia rappresentazione: ecco una verità valida per ogni essere vivente e pensante

 

 Arthur Shopenhauer

  

Il viaggio come elemento fondante della conoscenza del mondo

L’uomo si ricordò di colpo dei grandi spazi aperti, pensò alla terra vista dall’alto del cielo, così in alto che solo l’occhio del falco può essere tanto acuto da distinguere la preda muoversi sul terreno. Pensò ai grandi fiumi azzurri luccicanti sotto il sole e alle foreste sterminate e alla promessa di infinito del mare all’orizzonte e di altro cielo sopra la testa. Pensò al volo radente fino a sfiorare l’alta erba frusciante al vento e le canne degli acquitrini e alla risalita con un braccio teso per tagliare in due la consistenza cremosa di una nuvola. Allora l’Uomo del Foglio Bianco aprì le sue ali e volò a raggiungerli, teso in quel vento che ora gli offriva tutte le risposte a cui aveva sempre anelato, perché era stato l’unico a capire quello che nessuno aveva compreso. Una piuma è fatta per volare. 

  Giorgio Faletti

“La piuma arrivò risalendo il vento. Nessuno si accorse di questo strano fenomeno, forse nemmeno il vento stesso che per natura ha canne da piegare e foglie da girare sulle dita e stagni da stupire con gocce di pioggia che lascino cerchi improvvisi e bolle sulla superficie immota dell’acqua….Nessuno riuscì  a vedere la piuma perché nessuno aveva tempo a sufficienza per alzare gli  occhi al cielo e riuscire anche solo a guardarla”.

Ecco, con Bertagni Geography vogliamo trovare il tempo! Non solo di guardarla ma di essere come la piuma di Giorgio Faletti: lieve ma attenta, distaccata nel suo volo al di sopra del Mondo e tuttavia pronta a posarsi sulle cose.

Vogliamo viaggiare in maniera istintiva ma consapevole, guidati dalla geografia e cogliere su scale diverse l’essenza dei luoghi e di quello che vi accade: il quadro d’insieme ma anche il particolare, l’unico e irripetibile.

Desideriamo abbandonare le strade già percorse, uscire dagli schematismi e dai legami del viaggiare chiavi-in-mano-all-inclusive, rifuggire dai luoghi comuni e trovare il bello in ogni luogo, anche in quelli comuni, e in ogni persona che incontriamo, allargare i nostri orizzonti per poi restringerli, tracciare cangianti cammini teorico-esperenziali, imparare a non dare nulla per scontato, considerare il viaggio stesso come una meta.

Viaggiare, dunque! Partire e lanciare sguardi multiprospettici, scevri da pregiudizi sul mondo, esaminare la natura e i fenomeni umani con lo spirito del geografo, dell’antropologo, del pianificatore di territorio, dell’economista, del poeta o semplicemente della persona che ha voglia di sapere. “Fatti non fummo per viver come bruti ma per cercare virtute e canoscenza”, così Ulisse – nella Divina Commedia - esortava i suoi compagni a non arrendersi alla stanchezza e a continuare a cercare, a sapere cosa ci fosse nel Mondo, anche al di là delle colonne d’Ercole.

Il viaggio quindi come elemento cardine per disegnare la Terra e per comprendere le dinamiche umane su di essa, ovvero per fare geografia.

Per Machado non esiste viaggio preconfezionato “el camino se hace al andar” (il cammino si fa camminando) ma per far sì che questo avvenga bisogna esser predisposti ad accogliere gli stimoli multidirezionali che ogni viaggio ci riserva ed avere lo sguardo pulito di chi non ha paura né vergogna di meravigliarsi e anche di piangere per l’emozione di fronte a quello che la Terra ci mette davanti quando la esploriamo. Forse il segreto è avere sete di scoprire il Mondo e sperare che questa sete sia inestinguibile.

Non cesseremo di esplorare, e la fine di tutte le nostre esplorazioni sarà di arrivare dove siamo partiti e conoscere quel luogo per la prima volta.

T. S. Eliot

Ci sono molti esempi di “cattivi” viaggiatori anche tra personaggi storici considerati – nell’immaginario collettivo - dei grandi viaggiatori. Così, ad esempio, ci sentiamo  molto più vicini a Marco Polo, sempre rispettoso dei popoli che incontrò lungo la Via della Seta, piuttosto che a Cristoforo Colombo che tentò in tutti i modi di imporre, anche con la forza, la propria cultura.

Senza volerci ergere a demiurghi del viaggiar bene, dal nostro punto di vista, le caratteristiche di base del viaggiatore dovrebbero essere: rispetto per le persone e per le cose, per tutto ciò che è “diverso”; saper ascoltare; sana e non viscerale curiosità; reale interesse a conoscere ed integrarsi; apertura mentale; capacità di adattamento; predisposizione a meravigliarsi e quella ad improvvisare; cercare di scoprire il Genius Loci.

Nessun luogo, nessun paesaggio, nessuna persona che si incontra nel viaggio della nostra vita si presta a esami superficiali.

Bisogna solo tenere gli occhi aperti e attenti, ma saperli anche chiudere per immaginare e sognare.

Lasciamoci prendere il cuore dai luoghi e dalle persone e trasportare come la piuma di Faletti o l’andorinha de primavera che vola su Lisbona, cantata da Teresa Salgueiro.

Viaggiare è una finestra sul mondo. Si deve osservare tutto con animo aperto e sguardi mai stanchi, supponenti o annoiati e quando si coglie l’essenza di qualcosa si deve scendere in campo, toccare con mano; vivere! Lisbona una finestra sul mondo e su se stessi - di M. Bertagni

 

cover-una-finestra-sul-mondoL’Alfama è una janela do mundo, una finestra sul mondo, su Lisbona e sulla sua storia, e, soprattutto, su noi stessi. Seduti su una panchina di una qualsiasi piazzetta di questo insolito distretto, la  vita ci scorre davanti: stranieri che si arrampicano felici, noncuranti della fatica, senza meta per le scalinate bianche, una signora affacciata alla finestra con il suo cane, un marinaio in licenza passeggia con la sua bella, ghirlande colorate in preparazione della festa di Sant’Antonio. E poi, d’improvviso, sentiamo il sole di Lisbona baciare la nostra pelle. Stiamo vivendo il momento! Lisbona è anche questo: ci fa riscoprire noi stessi in un tempo e in uno spazio determinati.

Marco Bertagni, estratto da un articolo pubblicato su “Montecristo”, Canada, 2015

 

Viaggiare sulla Terra può diventare un mezzo per farlo dentro noi stessi. Quante persone per conoscere meglio se stesse decidono di fare il giro del mondo o di passare sei mesi in Patagonia o trascorrere la notte artica in Groenlandia? Il viaggio è una sorta di amplificatore dei sentimenti, di ascensore che fa emergere cose che si erano nascoste nei meandri della nostra anima. Il viaggio, soprattutto quello solitario, non consente scappatoie: ti mette di fronte a te stesso. E quando torni sei cambiato Una scrittrice italo-australiana fa il giro del mondo. Intervista a Monica Romeo – di Marco Bertagni.

monica-romeomonica-romeo-02Il viaggiare è qualcosa che riguarda le intenzioni dei singoli, le scelte personali. Possono esserci tre persone che vanno nello stesso luogo ma ognuno viaggia per sentire qualcosa di diverso: c’è chi lo fa per sentirsi libero, chi per raggiungere qualcosa, chi per sentirsi importante.

Monica Romeo, Scrittrice e Viaggiatrice

Ma, perché viaggiare? E’ possibile individuare dei tratti comuni nelle motivazioni di viaggio in base alle provenienze geografiche oppure, ogni viaggio è a sé e le motivazioni che spingono alla partenza sono squisitamente personali? Perché viaggiamo? Panoramica sulle motivazioni al viaggio in base all’origine geografica. Di Marco Bertagni e Monica Romeo

I travel not to go anywhere, but to go. I travel for travel's sake. The great affair is to move.

Robert Louis Stevenson

In realtà è difficile aggregare le sorgenti motivazionali del viaggio in base alle provenienze geografiche. Gli operatori del Turismo si dilettano a incrociare dati sulle modalità di viaggio preferite da certe popolazioni rispetto alle destinazioni, ma qui parliamo di business e di numeri. Scoprono magari che i giapponesi preferiscono viaggiare in gruppo in Europa e vedere il più possibile in poco tempo, che anche gli italiani amano la compagnia, meglio se rumorosa, e i viaggi in crociera, che i popoli dell’Europa dell’Est hanno una forte propensione ai viaggi religiosi in pullmann e così via. Generalizzazioni, magari utili per attirare e veicolare i flussi turistici ma fuorvianti per capire cosa induce, dalla notte dei tempi, le persone a muoversi, a spostarsi, a viaggiare.

Noi crediamo che ogni viaggio sia una storia a sé e che ogni persona costruisca, o dovrebbe costruire, il proprio viaggio, seguendo la rotta del proprio cuore, del proprio istinto, di ciò che più desidera. Se ama la libertà e l’avventura avrà una naturale propensione al fai-da-te e per gli spazi infiniti; se preferisce sentirsi protetta ed ovattata opterà per viaggi di gruppo in cui tutto è organizzato e nei quali si tende ad evitare il più possibile le sorprese. L’importante e non chiamare viaggi quest’ultima tipologia di movimenti sulla superficie terrestre. Bertagni on the move: i miei itinerari. Di Marco Bertagni

cover-itinerarimappa-itinerari-bertagniNella scelta dei miei itinerari mi faccio guidare sempre dai fattori per me propulsivi e scatenanti l’idea del viaggio ovvero: la sete di conoscenza di nuovi luoghi e culture, il desiderio di provare emozioni, di sentirmi libero, il  suono di un toponimo, una certa posizione sulla carta geografica, la possibilità di approfondire alcuni temi o comportamenti umani che corrono lungo una sottile linea rossa planetaria.Una volta messi a fuoco gli spostamenti, cerco di individuare i mezzi di trasporto ideali. Pur avendo preso in vita mia l’aereo almeno 2 mila volte, amo il treno e camminare; ho voglia di sentire il territorio, metro per metro.E poi, ad essere sinceri, può anche capitare che per finire un libro di foto di viaggio che si intitola “Lo sguardo di Marco sul mondo. Un viaggio dalla A alla Z” mi ritrovi ad andare in Qatar e Oman perché è difficile trovare Stati le cui iniziali siano la Q e la O…

Marco Bertagni
In verde i paesi visitati da Marco Bertagni al 15.8.2015

 

teresa-salgueiroMuito belo o seu texto Marco Bertagni.

Em muitos momentos próximo da minha própria vivência de viajante e de como vou vendo e procurando descrever o mundo. Realmente uma interessante coincidência. Muito grata pela sua partilha, bem haja.

Teresa Salgueiro, cantante, ex-solista dei Madredeus
(Con riguardo al testo di “Conoscenza e Rappresentazione del mondo” di Marco Bertagni)

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: ”Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in Primavera quel che si era visto in Estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.


Josè Saramago

 

Sette miliardi di mondi percepiti e il peso dei propri vissuti

In realtà ogni persona sa perché viaggia e non esistono due motivazioni uguali.

Ma quand’anche due motivazioni fossero uguali i viaggi potrebbero risultare diversi.

Non solo perché sono infiniti e peculiari i modi di viaggiare ma perché ognuno dei 7 miliardi di abitanti della terra, oltre ad essere un mondo a sé, ne vede e ne vive uno suo, unico e irripetibile.

La geografia propone i suoi disegni della terra, ma l’uomo, d’istinto, utilizza le proprie “carte mentali”, si costruisce la propria visione cerebrale del mondo in base ai contesti storici e territoriali in cui vive, alle componenti sociali, all’utilizzo che fa dei propri canali sensoriali, al proprio grado di libertà mentale e di potenza immaginativa. E’ una visione filtrata, soggettiva, interpretativa, culturale ed estetica. Ognuno segue leggi personali per organizzare gli elementi percepiti e per de-criptare il mondo.

Se porti uno svizzero e una russa sulle Alpi e chiedi loro di descriverti le sensazioni che provano nello stare contemporaneamente in quel posto scoprirete che le loro visioni sono molto diverse Glarnerland: stesso luogo, percezioni diverse – di Ira Dari e Roland Stross

ira-dariQuando mi trovo di fronte alle enormi estensioni delle Alpi svizzere provo una sensazione di vertigini, una sorta di agorafobia, una paura derivata dal fatto che nella mia esperienza Russa sono vissuta in spazi ristretti, con molti elementi di protezione, barriere, ostacoli. Non siamo stati abituati ad affrontare  la grandezza del mondo e forse, la libertà stessa

Ira Dari
Manager della Comunicazione, Direttore di Match Point e Responsabile del progetto Bertagni Photography

E’, questa, la geografia della percezione, che studia il rapporto tra il comportamento umano e lo spazio che lo circonda. La percezione dell’individuo tende a modificarsi di momento in momento a seconda della condizione psicologica, lo stato fisiologico, l’angolo prospettico di osservazione. La conoscenza del mondo è (anche) un processo retrospettivo. Siamo ora in un luogo, ma lo vediamo con occhi condizionati dai nostri vissuti.

Il mondo come tu lo vedi è specchio fedele del tuo mondo interiore. In tutto ciò che ti circonda non vedrai altro che te stesso.

Giovanni Soriano

 

È possibile educare i sensi?

Così come è possibile organizzare il viaggio in un certo modo e assumere determinati atteggiamenti per renderlo più funzionale rispetto a reali obiettivi conoscitivi della Terra, è possibile “educare” i sensi?

Può un analista sensoriale individuare il tipo di legame affettivo che esiste tra la gente e il luogo, nonché i diversi modi che l’osservatore ha di percepire la realtà al variare di longitudine, latitudine e altitudine?

Esistono percorsi formativi su come utilizzare vista, udito, olfatto, gusto e tatto per una migliore comprensione, lettura e interpretazione del luogo in cui ci si trova? E’ possibile diventare geo-sinesteti? In un mondo di geo-sinesteti – di Marialuisa Tonielli

marialuisa-tonielliLa vista è il sistema che domina su tutti gli altri sistemi sensoriali. Viviamo in un mondo in cui in molti casi il vedere corrisponde al sapere. Ma in realtà…la vista rende ciechi. Ecco allora che diventa fondamentale riabituarsi all’uso simultaneo di tutti gli organi sensoriali.

Marialuisa Tonielli, Analista Sensoriale e senior manager di Bertagni Consulting srl    

Dietro i sensi vedi che la ragione ha corte l’ali

Dante Alighieri

 

I ponti percettivi verso il riconoscimento del Genius Loci

Esistono poi alcuni trait d’union tra uomo e terra, tra osservatore e mondo; dei “ponti” che richiamano alla nostra mente dei territori, delle storie, delle sensazioni che si credevano sopite. Come non pensare a certi vini che, se espressione pura del territorio, manifestano con forza dirompente quello che i latini chiamavano Genius Loci e gli inglesi definiscono somewhereness, ovvero lo spirito del luogo. “Il vino, in maniera netta, ci consente di portare alla memoria territori inesplorati della mente e dello spirito; l’esperienza della connessione con l’arcaico, con la selvaggia essenza della terra ci ricorda chi siamo e perché siamo qui” (Clinton, 2015) In vino locus – Intervista a Elizabeth Clinton – di M. Bertagni

elizabeth-clintonmarco-elizabeth-clintonWe perceive the world through our senses.  Sensual experience stimulates intuition: as beauty and mystery move and flow, seen and unseen, perceived and unperceived, we engage in the dance by way of a magical collaboration between senses and spirit. Our senses are the interpreters of an experience that is never in the mind alone:  we are awakened through what we see, hear, touch, taste and smell, and upon awakening, surrender to the mysterious presence. Thought, emotion and senses become one as we experience the harmony of sensing and perceiving. We are then drawn into creativity and our fullest awakening…

Elizabeth Clinton, Sommelier ed esperta di commercio internazionale, senior manager di Bertagni Consulting srl    

La pensée complexe essaie en effet de voir ce qui lie les choses les unes aux autres, et non seulement la présence des parties dans le tout, mais aussi la présence du tout dans les parties. J’ai en mémoire les mots d’un ami astrophysicien qui, a un oenologue qui lui demandait ce qu’il voyait dans un verre de vin, lui répondait: je vois l’origine du cosmos car l’hydrogène s’est formé dans les premières minutes, je vois les soleils antérieurs aux notres pour les atomes de carbone, je vois les débuts de la Terre avec la formation des macromolécules, l’apparition de la vie, le développement du monde végétal, de la vigne sauvage, le progrès da la technique dans le controle électronique de la fermentation, de la température, etc

Edgar Morin

Per dovere di cronaca, c’è anche chi, più prosaicamente, come il comico Albanese, vede nel vino, dopo attenta analisi sensoriale, una particolare differenziazione cromatica (https://www.youtube.com/watch?v=wgUWkVfW420)

Un altro ponte verso la conoscenza di un Territorio e del suo spirito, della sua essenza è quella di avere un’esperienza sensoriale piena. Vivere un territorio, grande o piccolo, vicino o lontano, sentendone i rumori, respirandone gli odori, osservandone le forme, toccandone flora e fauna e gustandone i sapori, fa sì che ci si avvicini davvero al cuore delle cose.

Lasciamoci andare a quanto la Natura ci indica. La Natura è un impareggiabile amplificatore di sentimenti e di sensazioni.

Vivere con intensità un luogo ci fa sentire integrati con la Terra e il luogo poi ci restituisce tutto con la stessa intensità e su scale temporali diverse: ci sollecita la memoria ancestrale e quella esperienziale ricollegandoci a episodi o persone del nostro vissuto, ci fornisce la base fisica e sensoriale nel presente e ci fa immaginare come vorremmo che quel luogo fosse in futuro. Nella Natura c’è il nostro essere al mondo. L’Uomo del Fiume. Intervista ad Antonio Mazzei – di M. Bertagni

marco-antonio-mazzeiQuando sono al fiume, al bozzo del Falchetto, è come se la mi’ mamma, o la tu’ mamma o il tu’ papà stessero ancora tra noi. E’ come se, attraverso il luogo mi dicessero “tranquillo, siamo sempre qui”. Questo mi succede solo in questo luogo magico. Quando sono altrove ed incontro delle persone ho la tendenza a fotografarle o a far loro dei video perché è come se temessi di dimenticare i loro volti. Il fiume invece ha assorbito e mi restituisce l’essenza delle persone a me care

Antonio Mazzei, l’Uomo del Fiume

(Nella foto Antonio Mazzei e Marco Bertagni)

Questo giardino lo guarderei per ore ma mi basta guardarlo per 3 minuti. Se sono di fronte al mare, lo guardo, ne riconosco la superiorità rispetto a me, ma poi me ne vado e penso ad altre cose. Le cose belle sono messe lì per distrarci

Antonio Rezza

 

Cosa sono le rappresentazioni?

Il viaggio e la percezione sono le fonti primarie, ma non uniche, né sufficienti, di conoscenza del mondo. Con l’esperienza de visu si arricchisce e consolida – a volte si stravolge - il bagaglio culturale, l’immaginario che ci eravamo costruiti di un luogo attingendo a rappresentazioni fatte da terzi. Toccare con mano rende in apparenza facile intercettare la distanza tra il nostro occhio e l’oggetto osservato e dunque cogliere in modo più semplice lo spirito del luogo, di quanto non lo sia, o non lo sembri, quando l’osservatore è qualcun altro. Chi non è stato fisicamente in un luogo ha in teoria molti modi di “conoscerlo”, ma tutti sono indiretti, mediati. La realtà non è mai rappresentata in maniera neutra.

Secondo Giovanni Attili “le rappresentazioni hanno il potere di costruire significati, di istituire ambienti, di plasmare modalità cognitive, di trasformare la realtà”. E’ possibile rappresentare il mondo?  Intervista a Giovanni Attili – di M. Bertagni

giovanni-attiliPossiamo rintracciare il filo che lega l’immagine alla soggettività che la costituisce. Dobbiamo passare da un’attitudine ontologica - il mondo è di fronte a me - a una dimensione epistemologica - le cose come le conosciamo - nel tentativo di reintegrare il soggetto all’interno del processo di rappresentazione, di contestualizzare la rappresentazione stessa

Giovanni Attili, Docente all’Università La Sapienza, Roma

Representation of the world, like the world itself, is the work of men; they describe it from their own point of view, which they confuse with the absolute truth.

Simone de Beauvoir

 

La cartografia come linguaggio della geografia

Partiamo dalla cartografia, il linguaggio della geografia.

Come si potrebbe “geo-grafare”, ovvero disegnare il mondo, senza le carte? Agli albori della cartografia si usavano superfici di ogni tipo, poi, per secoli, la “carta” è stata la materia che ha ospitato i segni di rappresentazione del mondo, fino ai giorni nostri quando, con i GIS (Geographical Information Systems) ed i SIT (Sistemi Informativi Territoriali), la carta si va (forse) sublimando.

 “La mappa non è il territorio” (Bateson), “Ceci n’est pas une pipe” (Magritte): due famosi esempi a testimoniare che la rappresentazione che abbiamo davanti non è, né può essere, la cosa in sé. E questo non avviene solo perché la carta geografica è fatalmente una rappresentazione della terra simbolica, approssimata e ridotta nelle dimensioni, ma anche perché gli autori delle carte o delle rappresentazioni grafiche degli oggetti, ci hanno sempre messo, e come avrebbero potuto fare altrimenti?, la propria visione del mondo.

E’ presuntuoso ancorare la rappresentazione a leggi metriche standardizzate. La cartografia, a diverse scale, blocca il fluire del tempo e non coglie il movimento, né le dinamiche umane e sociali che si registrano su quel determinato territorio. E inoltre riduce di una dimensione la realtà, come ci ricorda, metaforicamente, Abbott in Flatlandia.

“Anche la mappa più bella, più sofisticata, più dettagliata, non può restituire gli “stati d’animo” delle persone che vivono il territorio rappresentato né, più in generale, il movimento: le carte cristallizzano il momento. Solo le storie di vita possono farlo” (Attili, 2015)

Queste premesse per dire che la carta geografica va letta, studiata, collocata, depurata dalle sensibilità politiche, economiche o di qualsiasi altra natura che ne hanno informato la realizzazione primordiale.

Fatto ciò, la carta geografica ha (quasi) sempre molto da dire. Anche quando è muta.

Una carta è fonte di informazioni e stimola al contempo, in modo quasi ancestrale, la nostra fantasia evocativa, ci permette di valicare le Ande o navigare Oceani senza muoverci.

Senza immaginazione la carta non ci dice nulla, per quanto tecnicamente perfetta sia.

Senza sguardo critico ci  dice cose pilotate.

Al di là degli aspetti evocativi, le carte geografiche hanno avuto e continueranno ad avere funzioni importanti in molti settori della conoscenza quanti sono i “temi” cartografabili:  ci sono carte fisiche, idrografiche, nautiche, geologiche, geomorfologiche, meteorologiche, antropiche, storiche, stradali, ferroviarie, sull’utilizzazione del suolo, industriali etc. Le meta-carte sono invece immagini cartografiche derivanti da carte di tipo tradizionale, semplificate ed elaborate per rappresentare i territori non in scala, ma tenendo conto delle dimensioni del fenomeno descritto. Da non trascurare, ma qui si entra nella geografia della percezione, le carte mentali, ovvero la rappresentazione che ognuno di noi ha del mondo che lo circonda.

La storia della cartografia ci fa viaggiare nell’evoluzione della tecnica cartografica dagli indigeni delle isole Marshall ai più sofisticati e tecnologici cartogrammi dei giorni nostri. Ricostruzioni geo-storiche ed archeologiche attraverso carte di diversa epoca, scala e tipologia. Focus sui portolani del medioevo. Intervista a Luisa Migliorati – di M. Bertagni e C. Fuiano

luisa-miglioratiLa cartografia è la rappresentazione del mondo e indica su carta ciò che noi conosciamo empiricamente. L’esigenza di codificare con dei simboli “oggettivi” il territorio è nota fin dai tempi antichi, seppur con qualche differenza. Possiamo dire infatti che i geografi antichi avevano ognuno un proprio punto di vista. Il più moderno è stato Tolomeo, il quale sosteneva che tutte le aree geografiche allora conosciute, dovevano avere uguale spazio rappresentativo e difatti amava rappresentare tutto il mondo con delle corografie; al contrario Strabone  esattamene un secolo prima, riteneva bisognasse essere più dettagliati  e dedicare maggiore ampiezza rappresentativa alle zone geografiche più vicine che risultavano meglio conosciute agli occhi dei contemporanei.

Luisa Migliorati, Docente di Cartografia Antica all’Università La Sapienza, Roma

Ripercorrere dunque le varie tappe della cartografia dagli albori ai GIS per ricostruire alcuni aspetti del mondo; le carte come uno degli strumenti dell’uomo poliedrico che affronta gli argomenti in modo diacronico e pluridimensionale. Per cogliere le metamorfosi territoriali, sia naturali che antropiche, la cartografia, serve da base su cui vanno innestati saperi diversi e complementari, visione versatili, analisi con diversa profondità di campo.

Le carte geografiche hanno modellato la nostra visione del Mondo, ma ci hanno anche aiutato a conoscerlo.

Ogni carta trasmette l’immagine personale dell’autore o quella del contesto storico; non si creda che con l’avvento dei GIS le mappe abbiano trovato una oggettività perduta o mai avuta: le carte geografiche continueranno a ricreare e mediare la nostra concezione del mondo.

Sta a noi saperle leggere, interpretare, studiare, ascoltare, ma soprattutto, amare. 

charta-geographicaLe mappe hanno qualcosa di magico. Immagini dal mondo, ma anche mondi immaginari, mondi in miniatura che possiamo srotolare sulla scrivania ed esplorare con l’aiuto di una lente. Che siano portolani che guidano i marinai a un approdo sicuro, carte stradali o militari di un impero continentale, mappae mundi che tracciano i remoti e incerti confini dell’oikoumene o semplici guide turistiche pensate per condurre viaggiatori distratti alle loro mete di svago, tutte le mappe condividono la vivida immediatezza dell’immagine, dal segno grafico che evoca un altrove, invitante o spaventoso che sia.

Vladimiro Valerio, direttore di Charta Geographica

 

L’avvento dei GIS

Negli ultimi decenni la scienza cartografia si sta dunque avvalendo sempre di più dell’evoluzione tecnologica. Sono passati molti anni da quando venivano fatte le levate topografiche per tracciare le carte e le tavolette…

uberto-bertagni  Uberto Bertagni, Topografo della società Nistri, anni ‘50

Ma è davvero più facile conoscere il mondo ai tempi dei GIS e di Internet?

La geografia è superata dalla magia del WEB che ti porta in tempo reale da Vancouver a Jakarta, da Ilulissat a Cape Town? I GIS e i GPS (Global Positioning System) hanno sopraffatto le carte geografiche?

La crescita di un geografo, alimentata dalla passione per questa materia trova senz’altro un momento-chiave con l’affermarsi della tecnologia, ma bisogna sempre restare con i “piedi per terra” per conoscere il Mondo e poterlo rappresentare. 

matteo-vommaroAllo University College di Cork, Irlanda, c’è stato per anni un interessante dibattito alla facoltà di Geografia se i GIS fossero una disciplina o solo uno strumento

Charlie Roche, Field Geographer

Matteo Vommaro, Laureando in Scienze geografiche e Jr geo-consultant in Bertagni Consulting srl

Ciò premesso, è evidente che la GIS Revolution c’è stata ed è ancora in corso.

Il territorio può essere analizzato, valorizzato, vissuto e gestito in maniera diversa da come avveniva solo pochi anni fa.

 

I PLUS DEI GIS

gli-aspetti-positivi-gis

 

Con i GIS cambia la rappresentazione del Mondo: si potenzia la grafica, si acquista maggior aderenza con territorio, s’introducono elementi diacronici.

Il Territorio può essere valorizzato ai fini turistici, agronomici, ambientali, economici e vissuto in maniera diversa, senza dimenticare che dietro alle elaborazioni GIS c’è sempre l’elemento umano. In altri termini, prima di affidarsi ad un GPS per andare da un punto A ad un punto B è bene studiare l’itinerario e le distanze su una carta stradale. O comunque non lasciarsi mai guidare acriticamente dall’informatica…

Conoscere la geografia, la cartografia e, da ultimo, l’uso dei GIS, può essere d’ausilio per la gestione di situazioni di rischio: naufragi, incidenti, trasporto illegale di merci, inquinamento, pirateria, avverse condizioni meteo, terremoti, eruzioni vulcaniche, tornado, alluvioni, inondazioni, aree da “codice rosso” ambientale.

marco-francesco-lo-sardoOggi si lavora sul satellite. Chi detiene i satelliti? Possono essere abbattuti? Un domani può accadere di non disporre più di questa strumentazione. Per questo motivo nell'Accademia Navale di Livorno gli allievi sono addestrati con la vecchia preparazione nautica. Gli allievi devono saper costruire una carta nautica di mercatore secondo le classiche norme. La geografia del mare l'ha fatta la Marina con il suo Istituto

Francesco Lo Sardo, Ammiraglio Marina Militare Italiana
(Nella foto Marco Bertagni e Francesco Lo Sardo) 

Gli strumenti tecnologici della geografia possono in qualche modo prevenire queste situazioni di rischio, ma soprattutto contribuire ad una migliore gestione, contenimento e controllo delle conseguenze. L’importante è che questi strumenti siano utilizzati da esseri pensanti e in grado di gestire quella stessa situazione anche senza l’aiuto della tecnologia. Le possibili applicazioni dei GIS. Le vite di un field geographer irlandese e di un ammiraglio della Marina Militare Italiana. Interviste a Charlie Roche e Francesco Lo Sardo – di M. Bertagni e M. Vommaro

Risk management is about people and processes and not about models and technology.

Trevor Levine

 

La fotografia geografica

Tra gli strumenti di Geografia Visuale per la rappresentazione del mondo, la fotografia occupa un posto di rilievo. Ma quand’è che un’immagine fotografica può dirsi “geografica”? Sempre, a patto che l’immagine ti riconduca, ti ricolleghi a un luogo.

camera-world-map

 

Anche foto tecniche, minimaliste o sperimentali, apparentemente avulse da contesti spaziali possono in qualche modo ricondurci ad un sito. 

cover-bruce-chatwinBruce Chatwin ne “L’occhio assoluto” fotografa particolari di porte, di finestre, di costruzioni, un asciugamano steso: eppure questi scatti ci portano senza dubbio a precisi Paesi dell’Africa, dell’Asia o del Nord-Europa. 

Uno dei primi tentativi di realizzare un archivio fotografico-geografico fu quello di Albert Khan, banchiere, filantropo e amante della geografia, che assoldò decine di fotografi guidati da Jean Brunhes e li incaricò di rappresentare i Paesi del mondo per immagini. Il risultato è un archivio di inestimabile valore scientifico che dà una testimonianza agli albori della tecnica fotografia e cinematografica,  di 60 Paesi del mondo. Tra il 1909 e il 1931 i fotografi di Khan scattarono infatti oltre 70 mila foto, dando così vita a Les Archives de la Planète. Questo archivio si trova a Parigi, un giardino-museo nel parco di Boulogne.

foto-01Les missions financées par Albert Kahn dans plus de 60 pays ont permis de réunir une collection exceptionnelle de films en noir et blanc et la première collection au monde d’autochromes (photographies en couleurs véritables sur plaques de verre). Portraits, scènes de vie, architecture… : les Archives de la planète représentent un témoignage photographique et cinématographique unique du quotidien des habitants du monde au début du XXe siècle.

La passione di catalogare il mondo per immagini ha contagiato viaggiatori, fotografi, oltreché Società Geografiche, Università e Istituti che per motivi scientifici, storici, politici, militari hanno creato archivi di fotografie geografiche con coperture territoriali e temporali sempre più esaurienti e organizzati con tecniche gestionali in linea con l’evoluzione informatica.

La Società Geografica Italiana a palazzetto Mattei, Villa Celimontana, Roma - dispone di un meraviglioso archivio fotografico con lastre risalenti alla seconda metà dell’800 e fotografie del ‘900 a copertura di molti angoli del mondo Dal giardino-museo di Albert Khan a Villa Celimontana: il mondo attraverso gli archivi geografici. Intervista a Nadia Fusco – di M. Bertagni, G. Massimiani, C. Tancredi.

nadia-fuscoTra le varie branche che la fotografia ha al suo interno, alcune privilegiano gli aspetti paesaggistici, altre la geografia umana: qualsiasi tipo di fotografia ha sempre un interesse di tipo geografico, nel senso più ampio della parola

Nadia Fusco, Direttrice Archivio Fotografico, Società Geografica Italiana, Roma

Per i decenni più recenti la Società Geografica Italiana si avvale anche di collezioni e fondi privati. “Nei miei viaggi cerco sempre di capire qual’è lo spirito del luogo e nelle mie foto di cogliere la vita. Il mio sogno è restituire l’essenza di un Paese con pochi scatti, o magari con uno solo (Bertagni, 2015) (www.bertagniphotography.com).

collage-bertagni-foto

Nella fotografia geografica è importante riversare la propria sete di conoscenza del Mondo, cogliere l’attimo e rispettare il luogo. Philosophy of Discovering – di Ira Dari

foto-india-bertagni

Marco Bertagni, più che un fotografo, è un filosofo della scoperta

Ira Dari, Manager della Comunicazione, Responsabile progetto Bertagni Photography    

“La figura del fotografo-testimone di eventi è quasi sparita; è diventata più forte la visione autoriale, capace di interpretare il fatto e il luogo. La foto è tanto più riconoscibile “geograficamente” quanto più si ha una storia da raccontare con scatti dall’estetica potente” (Ceraudo, 2015) La fotografia come strumento multidisciplinare e autoriale”. Intervista a Giancarlo Ceraudo – di M. Bertagni e R. Donnini

marco-giancarlo-ceraudoIl ruolo che aveva la fotografia di testimonianza è di fatto sparito. Prima c’erano pochi fotografi che andavano in zone di guerra ed era l’unica testimonianza; adesso, quando succede qualcosa, c’è comunque qualcuno in quel posto e in quel momento con uno strumento di registrazione. Quindi la figura del fotografo testimone ha perso d’importanza. E’ diventata di conseguenza più forte la visione autoriale, capace di interpretare il fatto e di raccontarlo con uno strumento intellettuale comunicativo che altri non hanno. E’ un po’ come la differenza tra scrittore e giornalista: servono più scrittori nella fotografia che giornalisti

Giancarlo Ceraudo, Fotografo, www.giancarloceraudo.com
(Nella foto Giancarlo Ceraudo e Marco Bertagni)

 

Può il cinema svelare il genius loci?

Il rapporto tra geografia e cinema può essere considerato sotto differenti aspetti.

Il film può essere una narrazione geografica se testimonia di un determinato ambiente e della vita degli uomini al suo interno.

Ma il cinema, come ogni arte figurativa, è Rappresentazione e quindi il luogo spesso si fa metafora del messaggio che il regista vuole comunicare, testimonianza di un’epoca, di uno stato d’animo, di un’atmosfera.

Quand’è quindi che un film può dirsi “geografico”?

E’ sufficiente che sia ambientato in uno spazio reale (setting) o che ci faccia vivere visivamente un luogo in maniera adeguata?

Deve essere del genere “documentarista”, come Il sale della terra di Wenders su Salgado?

E lo è quando per i registi gli spazi reali hanno una funzione reale, come ne Il tè nel deserto di Bertolucci? 

O forse lo è quando sa cogliere il rapporto che esiste tra i personaggi e il territorio? Quali sono le città e le terre cinematografiche per eccellenza?

La città Springfield de I Simpson è un non-luogo ma proprio questo le conferisce una forza geografica ed evocativa dirompente.

simpsonspringfieldsign_duff_jpg_1400x0_q85Springfield è un toponimo molto diffuso negli USA.Ne esistono 71, in 36 Stati diversi.I produttori de I Simpson non dichiarano mai la localizzazione geografica di Springfield, rientrando nell'obiettivo della serie di porsi come parodia del cittadino medio statunitense.

Si può svelare lo spirito del luogo attraverso il cinema? Il complesso rapporto tra cinema e territorio. Intervista a Bruno Toussaint – di M. Bertagni

bruno-toussaintil-te-nel-desertoIl luogo, insieme agli attori e all’azione, è uno dei tre capisaldi del cinema. In molti film il luogo ha un ruolo centrale, metaforico o reale, tuttavia credo che il cinema riesca raramente a svelare il Genius Loci perché è come se la geografia fosse filtrata dagli occhi degli attori. Noi vediamo e dunque percepiamo quello che qualcun altro sta vedendo. Solo l’esperienza diretta può avvicinarci all’esprit du lieu

Bruno Toussaint, Direttore cinematografico e televisivo

Ci sono poi performer a tutto tondo che oltre che con il cinema si esprimono anche attraverso altre forme artistiche quali in teatro e la letteratura.

E’ interessante allora capire come si differenzia il ruolo della geografia, del luogo, della location, degli spazi tra una forma artistica e l’altra. Il luogo condiziona le performance artistiche o sono queste ultime che “fanno” il luogo? Che meccanismi attiva un determinato luogo nella mente di un attore o di un’attrice, di uno scenografo piuttosto che di una creatrice di habitat?  Cinema e teatro, territorio e memorie. Intervista a Antonio Rezza e Flavia Mastrella  di M. Bertagni

marco-bertagni-antonio-rezza-flavia-mastrellaLa Divina Provvidenza (edificio a Nettuno, ndr) ha segnato la mia esistenza negli ultimi 30 anni. Quando entro lì sento un movimento allo stomaco, un’emozione, ne percepisco lo spirito, ma questa è una percezione unica, personale. Quello che è certo è che questo spazio, come ogni geografia, influenza la dinamica dell’opera e il movimento stesso delle persone. Del resto, ricordo che quando giocavamo a pallone, quelli che abitavano alle case Gescal avevano un’andatura più curva su se stessi.

Antonio Rezza, Miglior Performer Planetario
www.rezzamastrella.com
(nella foto Marco Bertagni, Antonio Rezza, Flavia Mastrella)

Può, infine, un luogo, oscillando tra il reale e il metaforico, fungere da strumento maieutico e aiutare il regista a far emergere i vissuti e i ricordi delle persone-attori, a metterne a nudo l’anima? N-Capace: un viaggio all’interno dell’uomo tra Terracina e Roma. Intervista a Eleonora Danco – di Marco Bertagni

cover-n-capacefoto-n-capaceHo messo insieme anziani e adolescenti, quelli fuori dai cicli produttivi, e il film cerca di tirar fuori reazioni dirette e non psicologiche, con inquadrature artificiali e mai naturalistiche in luoghi dove campeggia la materia. Sassi, pomodori, foglie, biscotti... Io appaio in una vasca piena di biscotti. È il richiamo a una scena di Buñuel. A volte ho inventato lì per lì sul set. Ho girato tra la Roma popolare dove ho vissuto e dove vivo, e la Terracina dell'infanzia

Eleonora Danco, attrice, regista, performer    

 

Le rappresentazioni letterarie del mondo e la bibliografia geografica

Si pensa subito agli scrittori di viaggio, a quelli che hanno saputo rendere “vive”, intense e credibili, le proprie esperienze itineranti. Ma anche a quelli che hanno viaggiato semplicemente con la fantasia.

Quali sono gli imprescindibili in una biblioteca di viaggi? Loti, Conrad, London, Kerouac, Terzani, Tabucchi, Chatwin e tanti, infiniti altri. Il telegramma di Chatwin “Resto in Patagonia” con cui annunciava al direttore di Soteby’s le sue dimissioni è un gesto emblematico, che rende bene l’idea di come il viaggiare possa diventare una febbre, una “malattia”, un qualcosa che crea dipendenza proprio quando, paradossalmente, segna la realizzazione della libertà individuale. Bruce Chatwin, biografia di un viaggiatore senza eguali – di Cristiano Tancredi

cover-bruce-chatwin-02cristiano-tancrediNarratore di sensazioni ancestrali, e al tempo stesso documentarista, antropologo, etnologo, cultore di miti e leggende: è impossibile descrivere Bruce Chatwin con una sola parola. Perché il viaggio, nella sua concezione, ha un significato ben piú profondo del semplice spostamento fisico: si accompagna infatti indissolubilmente ad un percorso interiore di crescita personale e di cambiamento. Insomma, il viaggio come una sorta di rito di iniziazione che permette a chi lo compie di spingere i propri limiti, ed i propri orizzonti, sempre piú lontano.

Cristiano Tancredi, Laureando in Geografia, Jr consultant in Bertagni Consulting srl    

Molti studiosi si sono dedicati al “viaggio e al suo racconto” facendo analisi comparate di come i grandi viaggiatori siano stati interpretati o dipinti in maniera diversa a seconda delle epoche e delle finalità dello scrittore. Illuminante è l’esempio dell’Ulisse omerico che sembra assai differente da quello dantesco, mosso, il primo dal desiderio di tornare a Itaca e il secondo da quello di sfidare i confini del Mondo fino al termine dei suoi giorni.

Un mito è l'insieme delle sue varianti, e Ulisse ne ha almeno due: l'Ulisse omerico, Odisseo, considera il viaggio una sventura sulla rotta del ritorno a Itaca, dove secondo la profezia di Tiresia egli morirà in vecchiaia, mentre l'Ulisse dantesco riparte da Itaca per conoscere ancora, per avventurarsi oltre le Colonne d'Ercole e i confini del mondo conosciuto, ed è qui, lontanissimo da casa, che troverà la morte. Il primo ama il ritorno tra le mura della sua identità, il secondo la ripartenza in nome della conoscenza.

Armando Finodi

 

Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.

"O frati," dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

Dante Alighieri

Altrettanto accattivanti le riflessioni sugli approcci verso “il nuovo e l’altro” da parte dei viaggiatori (simbolico qui il parallelo tra Marco Polo e Cristoforo Colombo).

Interessante poi cogliere come nelle varie fasi letterarie si siano succeduti distinti modi di descrivere il Mondo. Il viaggio e il suo racconto – Intervista a Armando Finodi – di Marco Bertagni, Giulia Massimiani e Cristiano Tancredi

marco-bertagni-armando-finodi-cristiano-tancredi-giulia-massimianiPer il viaggiatore razionalista il viaggio è soprattutto conoscenza del mondo: un paesaggio si valuta per la sua fertilità e il suo ordine, e il racconto del viaggio mira alla massima oggettività. Il viaggiatore romantico vuole compiere anche un viaggio interiore nelle pieghe della sua soggettività, e ama di più i paesaggi solitari o burrascosi, in cui la grande natura ricopre i segni delle civiltà umane.

Armando Finodi, Ricercatore Universitario, La Sapienza
(Nella foto Marco Bertagni, Armando Finodi, Cristiano Tancredi, Giulia Massimiani)

Se costruire una biblioteca di letteratura e scritti di viaggi è difficile ma non impossibile, una biblioteca di “geografia” visto il carattere ampio di questa disciplina, deve fatalmente comprendere testi di natura diversissima. Non possono mancare i libri tecnici, delle varie branche della geografia, da quella umana a quella fisica; così come delle altre arti, scienze e discipline che si prefiggono di raffigurare il Mondo o che influenzano il disegno stesso del Mondo: dalla pittura, alla fotografia, dall’architettura all’urbanistica, dalla politica all’economia, dall’ambiente alla musica etnica, dall’enogastronomia, alla storia, dallo sport all’antropologia, dal turismo all’agricoltura, dalla salute, alle migrazioni.

Per dare un’idea del Mondo per dirla con Bateson ci vorrebbe una carta in scala 1:1, per metter insieme una bibliografia delle discipline con i cui tasselli possiamo costruire il mosaico del Mondo non basterebbero 100 Biblioteche del Congresso messe una sull’altra! E’ possibile però ipotizzare dei percorsi ragionati, adatti alle proprie vocazioni e aspettative. Percorso tra la letteratura geografica e di viaggio della biblioteca di Bertagni Geography – di Marco Bertagni

mix-librerie Foto mix di alcune librerie presso la sede di Bertagni Geography

Il viaggio, il movimento, il cambiamento sono le metafore più profonde della nostra vita. La vita è un viaggio, come pure l'educazione e la conoscenza, l'amicizia o l'amore. E la morte, anche, è un trapasso. Quell'insegnamento di Carlo Bordini mi pare ancora illuminante: studiare l'argomento con cui si ha un conto aperto è l'inizio di un viaggio. Non sapremo dove ci porterà e solo viaggiando scopriremo se amiamo il ritorno alle origini o i continui cambi di scena, se vogliamo descrivere o sognare.

Armando Finodi

 

Collezioni geografiche e memorie

Il senso del luogo e di un’epoca, di un periodo politico, di un momento storico può anche essere espresso da infinite categorie di oggetti che ci riattivano la memoria.

Siamo qui sul crinale tra percezione e rappresentazione del mondo.

Collezionare modellini di automobili, ad esempio, può far viaggiare, sia pur in senso figurato, verso destinazioni spazio-temporali ben precise. Una 2CV Citroen come può non riportarci alla Francia di certi anni, o ancora, come possiamo, osservando un modellino di una Fiat 500 nella nostra mano, non essere catapultati con l’immaginazione negli anni del secondo dopoguerra italiano e delle vacanze familiari a Rimini? Tutto questo non è immergersi – inconsapevolmente – nella geografia? 

jordi-carbonell

Jordi Carbonell, chimico di Barcellona, possiede una meravigliosa collezione di oltre 5000 modellini di automobili che gli permettono di viaggiare in ogni epoca e in ogni Paese del Mondo senza muoversi da casa

(Nella foto: Jordi Carbonell mostra con orgoglio la sua collezione)

Sfogliando gli album delle figurine Panini dai primi mondiali di Calcio coperti da questa storica collezione, Messico 1970, con un crescendo wagneriano fino a Brasile 2014, ci si immerge nella simbologia  e nelle geografie politiche, calcistiche, storiche, iconografiche dei Paesi ospitanti e dei giocatori protagonisti.

La geografia trova poi spazi enormi nella numismatica e nella filatelia.

Piante di città antiche riprodotte su dobloni aurei, itinerari incisi su vasi e bicchieri, piuttosto che confini disegnati su francobolli.

La collezione geografica per eccellenza resta proprio quella di francobolli, per diversi motivi: a ogni francobollo corrisponde uno Stato del Mondo, alcune serie sono con soggetti geografici (paesi, gruppi etnici, migrazioni, fari, cartografia etc) esistono francobolli che vengono stampati con precise motivazioni geo-politiche.

Le collezioni o anche un oggetto ritrovato per caso, sono dunque potenti strumenti evocativi di passate geografie.

In fondo alla cassetta teneva le cianfrusaglie superstiti di un’esistenza più lontana: la foto di nozze dei genitori; le medaglie del padre; la lettera del Re; un orsacchiotto di pezza; un martin pescatore di porcellana che era caro alla madre; la sua spilla di granati; la coppa vinta in una gara di nuoto (nel 1928 gli erano passati gli attacchi d’asma bronchiale); il posacenere d’argento «per i venticinque anni di fedele servizio» nella ditta. Nella metà superiore della cassetta, separate da un foglio di carta velina, teneva le cose «africane» – oggetti senza valore, ciascuno ricordo di un incontro memorabile: una scultura zulù comprata sui Drakensbergs da un vecchio triste; un serpente di ferro del Dahomey; una stampa del Cavallo del Profeta o una lettera di un ragazzo del Burundi che lo ringraziava per avergli regalato un pallone. Ogni volta che tornava, portava un oggetto nuovo e ne buttava via uno vecchio che aveva perso significato.

Bruce Chatwin

 

È possibile quindi conoscere il genius loci?

L’interiorità è inseparabile dall’esteriorità; le geografie delle città, dei luoghi sono in realtà quelle della nostra anima.

Forse abbinando gli strumenti sensoriali, che ci consentono di percepire il Mondo esterno con quelli filosofico-psicologici, che ci permettono di andare oltre le apparenze, ci avviciniamo un po’ di più all’essenza del Mondo.

Viaggiare con spirito aperto e ricettivo, utilizzare tutti i sensi in armonia, interpretare correttamente una carta geografica, cogliere il punctum di una fotografia e stimolarne lo studium, leggere tra le righe di un libro, farsi avvolgere da immagini artistiche di luoghi: tutto questo ci aiuta ad avvicinarci alla realtà geografica.

E’ quindi possibile – utilizzando strumenti diretti o rappresentativi – conoscere il Mondo?

E’ molto difficile.

Forse, come una piuma, bisogna volare su un luogo.

Poi posarsi.

E finalmente sentire di essere parte del Tutto.

Il mondo potrebbe esser visto come una sorta di grande iceberg del quale la geografia esamina e descrive la parte emersa e la psicologia quella sommersa

Adriano Di Fraia